ROMA - Tutti giù per terra, nella vasca senz'acqua della fontana. Niente girotondi, ma non da tanto. Perché la maggior parte dei ragazzi in prima linea nella fotografia di Tano D'Amico, a bivaccare nella fontana della Minerva simbolo della prima università romana, era nei collettivi degli studenti medi. Repubblica. it ha provato a fare l'appello pubblicando quell'immagine perché si riconoscessero. Negli anni in cui non avevano ancora l'età. Per votare, per la P38. "Sotto l'impermeabile portavo una chiave inglese. Poi vidi gli autonomi con le pistole. Mi sentii un fesso. Ma anche un santo. Niente proiettili, solo politica". Mario Campagnano, all'epoca liceale dell'Orazio, oggi consigliere municipale di Rifondazione. Rintracciato grazie alle mail degli amici di allora, la foto non l'aveva vista. "Entrerà nella storia, se lo merita", scrive una lettrice. Mario che per la rivoluzione viveva come un monaco: niente sesso, cinema, svaghi. "Il primo carnevale l'ho festeggiato a 28 anni". Un eroe piccolo piccolo, sedici anni appena. Guarda davanti a sé e sorride."Cos'è tutta quella gente che gioca, che piange?' Chiedevano i giornali. Era l'aspetto umano di chi non doveva averne. Li hanno annientati anche così", ricorda Tano D'Amico mentre elenca i nomi dei licei, "stampando le immagini più feroci per indurirli, ghettizzarli, sconfiggerli". In tanti si sono ritrovati nel bianco e nero di trent'anni fa, tornando subito fantasmi. Parlare? Meglio di no. Qualcuno ha chiesto di cambiare il nome, il mestiere. Il '77 è il fazzoletto sul viso e la pistola, "colpire uno per educarne cento", Carlo Casalegno ammazzato dalle Br, Francesco Lorusso, nove pallottole al brigadiere Giuseppe Ciotta, Montanelli gambizzato, Giorgiana Masi. Gli anni di piombo. Innocenti ma ancora colpevoli. La trappola di essere stati lì per cambiare il mondo.
Con i capelli corti tagliati sopra le orecchie, le facce pulite, una peluria morbida sulle guance, fatta crescere con pazienza, primizia di una virilità in boccio. Ancora a litigare con i genitori per tornare a casa un po' più tardi. Idealisti, ingenui, colorati. Per Roberto B., giornalista, il divertimento stava nel collettivo della sua scuola. "La politica arrivò con la finale di Coppa Davis nel dicembre del '76". L'unica volta in cui abbiamo vinto: Italia-Cile 4-1. "Scendemmo in piazza contro l'11 settembre di Allende armati di racchette e palle da tennis". All'università ci andava con i compagni. Del liceo. Quando cacciarono Lama però non c'era: "marinai l'ateneo perché avevo il compito in classe di matematica".
Ma il 12 marzo era là mentre sfondavano le vetrine dell'armeria di via Giulia. Un raid lampo degli autonomi. Dopo arrivarono gli studenti medi: "tutta la strada piena di ragazzini con le pinne ai piedi, le canne da pesca, i retini. Finite le pistole, era rimasto solo quello. Pur sempre un trofeo di guerra". Dice di aver preso la parte buona del movimento, di aver guadagnato qualcosa. Non è il solo di quella foto che oggi fa il giornalista, "un destino che ci saremmo occupati di comunicazione", chiosa uno. Trent'anni fa, dicono, non c'era l'io, solo il noi.
Nata negli Stati Uniti, figlia di immigrati, Sicilia è napoletana, nel '77 era matricola di psicologia, fuorisede. "Fino all'anno prima frequentavo un liceo di Posillipo. Nella strada dietro la mia scuola viveva un mondo parallelo: famiglie di pescatori, operai con i figli praticamente analfabeti che avevano abbandonato gli studi per lavorare. Eravamo dei ragazzi studiosi, motivati, anche impegnati. Guardando quei coetanei che a malapena sapevano scrivere il proprio nome, decidemmo di aiutarli trasmettendogli quello che sapevamo". Affittarono dei locali trasformandoli in una scuola autogestita, gratuita, dove gli insegnarono lettere e tabelline, riuscendo a portarli - "tutti" - prima al diploma elementare e poi a quello delle medie. Oggi fa la psicologa, è impegnata nel sociale e si occupa di progetti educativi, le idee hanno una fibra resistente.
Come le fotografie, che consegnano alla storia la memoria dei racconti. La camera oscura è diventato l'orizzonte di Marco, accovacciato sul bordo della fontana appena arrivato dall'Eur, il quartiere "nero" dove andava a scuola. E dove li riconoscevano subito per la borse di tolfa, le giacche di fustagno. "Un mio amico beccò una picconata in testa, come Trotsky. Stava aspettando l'autobus. Si è salvato, ma gli hanno dovuto mettere una calotta d'argento al posto delle ossa che si sono sfracellate". Anni fa un lavoro fotografico dentro le carceri. Alcuni di quei "fasci" che li assaltavano per un eskimo stanno ancora lì. "Uno mi ha pure riconosciuto: 'Come sta Anna, e Graziella, e quell'altra bionda con le gambe lunghe?'. Le ragazze più carine della mia scuola. Se le ricordava tutte dai tempi degli appostamenti contro i rossi". Ha visto solo quelle, fantastica con i ricordi di quando era adolescente. Un tempo congelato, immobile, ma che si può ancora plasmare.
E Fabio D'Alfonso aggiunge rabbia: "Mi fa tenerezza guardare questa bella foto, ma anche rabbia per quello che siamo diventati. Non riusciamo ancora a parlare con serenità di quei tempi. Ci hanno seppellito sotto una montagna di menzogne, e tutti quelli che ne parlano e ci accusano oggi erano quelli che quel movimento lo hanno sempre odiato. Perché la nostra gioventù sfrontata, il nostro entusiasmo, la nostra generosità faceva e fa ancora paura. Facevo parte dell'ala creativa del movimento e portavo una montagna di capelli ricci e un foulard di seta indiana al collo. Sono vicino a tanti ragazzi della Figc di Ponte Milvio , ma riconosco anche giovani di LC e dell' Autonomia. Quei giorni erano giorni di primavera, belli e veri. Giorni di amore e di rivolta. Gli anni di piombo sono arrivati dopo e hanno seppellito quel movimento".
La data della foto non viene in mente a nessuno. Una cosa però la ricordano tutti: era primavera.
di GAIA GIULIANI - La Repubblica -
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N.B. in basso a sx ci sono alcuni del Liceo Morgagni...noantri annavamo a gioca' al pallone al Villone..ah ah ah....mago denuclearizzato
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